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Archivio per la categoria ‘Zeros’

Zeros – 2007: In Rainbows (Radiohead)

27 Novembre 2009 Lascia un commento

Radiohead In Rainbows

Intro: per la spiegazione del perché e del percome della peraltro deliziosa collana “Zeros”, si veda questo post. Per le puntate precedenti, cliccare qui.

Non esiste un concentrato di paradossi e fraintendimenti più significante, simbolico e ad alta densità di “In Rainbows”, il disco con cui i Radiohead si sono ripresentati al mondo a quattro anni di distanza da “Hail to the Thief”. E’ il 2007 e buona parte del mondo vive a cavallo della Grande Rete, doma il flusso di dati vomitato dalle dorsali oceaniche e si immerge minuto dopo minuto in un mondo iper frammentato. Migliaia e milioni di briciole da raccogliere, di tweet da seguire, di aggiornamenti di stato, di filmati, filmati di risposta, filmati di risposta ai filmati di risposta. Una lunga, perenne, nuotata nell’informazione spicciolissima, disgregata, in inarrestabile divenire. Ovunque.
Non esiste un momento globale popolare, il concetto di unità, di coesione e di irripetibilità va scomparendo. Qualsiasi esperienza è stata registrata, testimoniata e messa on line. Prima, durante o dopo la sua esistenza ufficiale. Succedeva ieri, magari succede oggi, risuccederà domani: ognuno sceglie quando, cosa, quanto, bombardato da una splendida e delirante pioggia di comete dell’informazione. Spesso inutile, secondo i canoni più generici (o storici, o antichi).
Non esiste più il disco, ma i singoli, le canzoni. Non esiste più il lancio ufficiale di un disco, ma il “leak”. Non esiste più il disco da tenere tra le mani, ma il digitale da comporre e scomporre, riversandolo da un cellulare a un computer. Non esiste più una sorpresa, la più improbabile delle band sfigate ha almeno due blog, un profilo MySpace, la fanpage su Facebook, l’account di Twitter e un paio di oscuri magazine online dedicati proprio al suo genere. Sì, anche se il genere è “tombini battuti con cotton fioc viola utilizzando solo la mano sinistra e pizzicando un ukulele con la destra”.
Esiste “In Rainbows”.

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Zeros – 2006: Silent Shout (The Knife)

23 Novembre 2009 Lascia un commento

Intro: per la spiegazione del perché e del percome della peraltro deliziosa collana “Zeros”, si veda questo post. Per le puntate precedenti, cliccare qui.

Sarebbe bello poter far finta che il 2006 non sia stato un anno ignobile sotto molteplici punti di vista, ma qui si chiede della nuda realtà e quindi sì, il 2006 ha fatto largamente pietà. Anche nel fantastico mondo dei dischi che contano. Per portare verso la sua naturale conclusione la collana Zeros, servono ancora quattro puntate e per quella dedicata al 2006 c’è l’imbarazzo della scelta. Nel senso che ogni scelta è vagamente imbarazzante, tranne una: “Silent Shout” degli Knife. O “dei Knife“. O “dei The Knife“, non si sa. Avrei anche violentato la storia, piegandola a favore dell’EventoUnicoTotale del 2006 (la vittoria dei Mondiali di calcio, ovvio), e quindi selezionando “The Informant” di Beck, che era all’incirca contemporaneo alla kermesse da brividi, ma il Beck ha già prenotato il 2008, quindi…

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Zeros – 2005: Howl (Black Rebel Motorcycle Club)

1 Novembre 2009 Lascia un commento
Black Rebel motorcycle club howl

Howl (Black Rebel Motorcycle Club, 2005)

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Con quei capelli un po’ così, programmaticamente arruffati, Robert Levon Been avrebbe potuto mascherarsi da Robert Smith. La pagliacciata non sarebbe durata un granché, non oltre i primi due album, che già avevano poco a che spartire con i Cure. Un modo arzigogolato per dire che, al di là del “mood” qua e là vagamente disperato, i Black Rebel Motorcycle Club non hanno nulla da condividere con il panda darkettone d’annata. E mai avrebbero potuto supporre di averlo dopo “Howl”, il disco del 2005 che segna un distacco netto, ma non traumatico, dalle prime due produzioni e che, in particolare, riafferma violentemente (anzi, morbidamente) le origini 100% U.S.A. della band.

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Zeros – 2004: To the 5 Boroughs (Beastie Boys)

20 Ottobre 2009 Lascia un commento
To the 5 Boroughs (2004 - Beastie Boys)

To the 5 Boroughs (2004 - Beastie Boys)

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Due dischi in oltre dieci anni: questo l’inquietante e lievemente deprimente record dei Beastie Boys. Da “Hello Nasty” (1998) all’imminente (si spera) “Hot Sauce Commitee Part 1″ saranno ben dodici le primavere appassite, con il solo “To the 5 Boroughs” (2004) a spezzare il digiuno, continuato a prescindere dal divertente esperimento strumentale di “The Mixed Up” (2007). Poca roba. Ma se la quantità va di pari passo con la qualità, si può quasi far finta di nulla.

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Zeros – 2003: Her Majesty (The Decemberists)

8 Ottobre 2009 3 commenti
Her Majesty (The Decemberists - 2003)

Her Majesty (The Decemberists - 2003)

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Esiste la musica in costume e non è quella dei Kiss. Direttamente da Portland (OR), i Decemberists atterranno nel 2003 con il secondo LP di una carriera a quel punto già splendidamente avviata verso un futuro di nicchie dorate, destino promosso da “Castaways & Cutouts” appena un paio d’anni prima.
“Her Majesty” è uno di quegli album talmente arguti che anche il titolo andrebbe letto a modo suo: “Her Majesty, the Decemberists”. I 53 minuti e gli undici pezzi sono sufficientemente tematici da poter parlare a buon titolo di un album in costume. Sono le divise da guerra civile o quelle dei soldatini spazzatura della fanteria da prima guerra mondiale, con cui il rubicondo Colin Meloy (leader spiritual-propagandistico del gruppo) si presenta spesso e volentieri per le sessioni di foto ufficiali.

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Zeros – 2002: Songs for the Deaf (QOTSA)

24 Agosto 2009 1 commento

Songs for the Deaf (Queens of the Stone Age - 2002)

Songs for the Deaf (Queens of the Stone Age - 2002)

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Ancora qui con la storia del terzo disco, quello della conferma. Intramontabile almeno tanto quanto noiosa. Josh Homme e Nick Olivieri, però, devono averla presa sul serio attorno al 2001, quando si mettono al lavoro su “Songs for the Deaf”, terza impresa discografica del gruppo che ha debuttato solo pochi anni prima (1998) e ha già infilato un paio di “hit” con il precedente “R”. 
E se disco della conferma dev’essere, che sia. Anzi, già che ci siamo mettiamo assieme anche il miglior album che mai porterà il marchio Queens of the Stone Age. La stampa statunitense ha già le antenne drizzate, tra questo e il nuovo dei White Stripes, pare che sia tornato il momento per il “vero” rock’n rock di alzare lo sguardo e smetterla di vergognarsi. Qualcuno giura addirittura di sentir partire dei vaffanculo degni di nota durante i circa 60 minuti del disco con la “Q” spermatozooata.

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Zeros – 2001: Discovery (Daft Punk)

13 Luglio 2009 4 commenti

Discovery (Daft Punk - 2001)

Discovery (Daft Punk - 2001)

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Gli anni del liceo (o della scuola superiore, in senso più largo), sono importanti. Quando non cerchi di prendere una strada e calarti dentro un costume per gli altri, lo fai almeno per te stesso. Insomma: si prendono delle decisioni, si fanno delle scelte, bisognavano. E quindi se decidi di essere rock, molto rock, come l’atmosfera dell’epoca permetteva ancora, oltretutto, allora poi è un po’ casino far finta di accorgersi che ci sia anche altro. Fortunatamente per me, non ho mai avuto sufficiente stima delle mie convinzioni per non ritenerle ampiamente modificabili cinque minuti dopo la formulazione. Insomma: va bene la nascita musicale a botte di Nirvana, Pearl Jam, Smashing Pumpkins, Cure e quant’altro. Ma quella roba lì elettronica ce la fa, ce la fa per davvero.

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Zeros – 2000: Kid A (Radiohead)

10 Giugno 2009 1 commento

Gli anni zero, che vanno a chiudersi, hanno regalato momenti imperdibili di grande musica. Anni che né la Summer of Love né il beat anni sessanta o il carrozzone tra hard e prog dei settanta avrebbe potuto immaginare. Episodi di vera e propria infinita e irripetibile arte cristallina. Da ripercorrere coi dieci dischi, uno per anno dal 2000 al 2009, presentati in una lussuriosa serie di post. Il primo, imprevedibilmente, è questo. E parla del disco del 2000.*

Kid A (Radiohead - 2000)

Kid A (Radiohead - 2000)

Non c’è niente che sia al proprio giusto posto in “Kid A”. Arrivi a casa e scopri che non esiste alcun libretto in senso stretto del termine, prima di ritrovarlo dietro il supporto per il CD. Evidentemente non al suo posto. E una volta che il disco è nel lettore scopri con orrore che a Yorke e Greenwood è definitivamente esplosa la testa: infilati gli strumenti in una sorta di cubo di Rubik interdimensionale, hanno girato più o meno a cazzo di cane un po’ di blocchi fino a scompigliare tutte le perfette facciate. Non si capisce più nulla, magari per mesi, forse solo per qualche ora, più probabilmente per dei giorni. Quelli, fatti di ascolti ininterrotti, che servono perché un singolo suono, imprevedibilmente e senza apparente motivo, rimbalzi di spigolo sulla corteccia cerebrale. Lì rimane ficcato per circa dieci anni, aprendo la strada alla comprensione dell’amore. L’amore fatto di pareti che si sciolgono del disco che manda in frantumi i Radiohead per le radio e li innalza fino all’Olimpo degli intoccabili per i super snob e chi ha maturato una vicinanza di gusti e di sensi con il gruppo di Oxford. Sta di fatto che “OK Computer” viene preso a badilate e “The Bends” smembrato pezzo per pezzo e infilato in un congelatore. Entrambe le identità precedenti sopravviveranno, per tornare a infilare il piede nella porta degli studi di registrazioni negli episodi discografici successivi, ma nel 2000 è solo, sempre e comunque “Kid A”. Il manifesto della volontà dei Radiohead di fare esattamente sempre e solo quel che gli gira di fare. Qualcuno, ad anni di distanza, inizia a farsi puzzare un po’ il naso, sostenendo che, dopotutto, roba come questa l’avevano già fatta in tanti. E sarà anche vero. Sarà anche vero che ci sono stati pittori dell’elettronica sotto-ritmo, della deviazione strumentale e dell’esplorazione di campagne lisergiche… ma non erano i Radiohead. Non erano i Radiohead che questa insalata di beat e distorsioni tra l’allucinato, l’onirico e il disperato le sparano in faccia ai milioni di fan e ai migliaia di giornalisti che speravano di aver trovato i loro nuovi U2. Se così fosse, “Kid A” è il loro “Achtung Baby”: il suono di quattro uomini che abbattono con un accetta il loro passato. Alfieri della schitarrata un po’ pop e un po’ arterio sclerotica tra “Pablo Honey” e “OK Computer”, Yorke e Greenwood praticamente annullano i riff comunemente concepiti. Paladini della canzone da adolescente sfigato col ritornello da mugugnare di fronte alla Smemo aperta (“Creep”), il gruppo rinnega pressoché totalmente la tanto chiacchierata “forma canzone”, tanto da far gridare al miracolo quando si sente qualcosa di immediatamente comprensibile in “Optimistic”. Portavoce di alcuni strepitosi videoclip a cavallo tra “Just”, “Street Spirit [Fade Out]“, “Paranoid Android” e “No Surprises”, per “Kid A” si affidano a semplici episodi di una serie di visualizzazioni dalla pretesa artistica e quindi totalmente invendibili su MTV (non che fosse previsto alcun tentativo, comunque). Quel che rimane, consegnato agli annali, è una lunga e dilaniata disquisizione sonora sul volgere del secolo. Una nenia tribale da impasticcati tristi o fattoni con le allucinazioni. Sempre il buon Johnny (Greenwood), intervistato, dirà che per il disco tutti hanno dovuto imparare nuovamente a suonare. Per il miglior album del 2000 si può anche fare.

Gli altri classificati:
Un’ottima annata quella che ha tenuto a battesimo il 21° secolo. Nel gruppo misto che, per non far torto a nessuno, si posiziona parimenti dietro i vincitori si riconoscono chiaramente: The Smashing Pumpkins (“Machina: the machines of God/Machina II: friends and enemies of modern music”), Baustelle (“Sussidiario Illustrato della Giovinezza”), Subsonica (“Microchip Emozionale”), Coldplay (“Parachutes”), Queens of the Stone Age (“Rated R”) e The White Stripes (“De Stijl”).

"Non possiamo farlo, ho appena comprato una piscina a rate"

"Non possiamo farlo, ho appena comprato una piscina a rate"

* non è vero eh, gli anni 2000-2009 sono stati una mezza chiavica. Soprattutto dopo essersi sparati la prima metà degli anni ‘90 (almeno, a voler fare gli stitici). Lì sì che non si scherzava.

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